Design Thinking come strumento di Storytelling/2

Come interagiscono i membri di un team sotto pressione?

Troppo facile pensare ad un orchestra. Osserviamo invece un pit stop in Formula 1: mediamente 18 meccanici intorno alla monoposto per sostitire 4 ruote in molto meno di 3”. Fanno la differenza tra vittoria e sconfitta,  un errore può generare incidenti e ritiro, il pilota nulla può se non avere la totale fiducia. Come agiscono? Come si muovono? Quali sinergie cercano? Sono guidati o sincronizzati? Certamente sono – quasi sempre – perfetti.

Come si può progettare in modo veramente efficiente uno spazio abitativo di dimensioni ridottissime e budget limitato?

Certo l’esperienza chi chi è chiamato a progettare camper può risultare molto utile, ma è uno standard ormai. Entriamo allora in un qualsiasi carcere, sovraffollato. In celle in cui lo sfruttamento dello spazio è millimetrico, in cui la cratività è costretta ad esprimersi ai massimi livelli per individuare soluzioni che sappiano coniugare utilità, molteplicità, usabilità e riuso sorprendente di materiali semplici e quotidiani. Senza pregiudizi.

“Camminare nelle scarpe di qualcun’altro” è una modalità di Design Thinking che rende molto bene il senso di cosa sia necessario fare.

Darsi gli strumenti per comprendere la nostra audience significa quindi darsi un metodo che comprenda l’osservazione diretta di ciò che vogliamo apprendere, trarne ispirazione per analogia o contrasto, intervistare le persone sul campo, immergersi completamente nel contesto per viverlo oltre che osservarlo, raccogliere documentazione che altri hanno prodotto con un’altro punto di vista, consultarsi con gli esperti, che magari esperti non sembrano.

Questo lavoro preliminare è fondamentale perché, è bene ripeterlo, fare Storytelling è dare un senso al significato, trasformare un fatto in realtà, coerente al contesto a cui vogliamo appartenere e con cui vogliamo dialogare.

Non c’è Storytelling senza un’audience che ne condivide i codici.

Dove per codici intendiamo quell’insieme di segni e di significati condivisi da gruppi – omogenei – di persone.

Prendendo a prestito alcune definizioni dalla semiotica – disciplina della comunicazione troppo spesso trascurata – è bene ricordare che il segno garantisce la corretta espressione di un contenuto quando c’è semiosi, cioè quando è definita una semiosfera, quello spazio semiotico all’interno del quale tutto ciò può accadere.

Questo spazio è l’insieme dei codici condivisi da un gruppo di persone, più o meno ampio, più o meno omogeneo. A sua volta il segno assume un senso, cioè la modalità con cui il significato viene colto, quando c’è un significante netto, preciso e riconoscibile. Un codice, che dice molto ad alcuni e nulla a tutti gli altri.

I codici che ognuno di noi adotta derivano dalle esperienze che viviamo. Dai libri che leggiamo, i viaggi che facciamo, i cibi che mangiamo, i programmi TV che guardiamo, i vestiti che indossiamo, lo sport che pratichiamo… Ogni gesto quotidiano è l’espressione di un senso – chi siamo – attraverso un segno – l’oggetto di quell’atto.

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